Articolo di Oliviero Beha sul flop comunicativo di Torino 2006.
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Dall'Unità 25 gennaio 2006.
 
Chi ha paura di Torino 2006?
di Oliviero Beha

Chi ha paura delle Olimpiadi delle neve? Come mai viene ignorata in Italia una manifestazione di interesse planetario che dovrebbe trasformare Torino nella «prima metropoli alpina del mondo» secondo la definizione di Cesare Vaciago, direttore generale del Toroc, che sembra un medicinale e invece è l’acronimo del Comitato Organizzatore? A 16 giorni dalla cerimonia d’apertura, mai, dico mai a memoria di cronista non del tutto digiuno nella materia, m’era capitato di registrare un tale silenzio davvero d’alta montagna attorno a un evento che costerà 3 miliardi e mezzo di euro, 2 di sole infrastrutture.

Se ne parla, sì, mediaticamente, in giro per il mondo, ma più per ventilarne le eventuali insufficienze secondo alcuni giornali americani (cfr. il Wall Street Journal e Newsweek) oppure come normale e ovviamente motivata cassa di risonanza per tedeschi, norvegesi, giapponesi ecc. (cfr. l'ultimo speciale de l'Espresso). E vorrei vedere. Ma non se ne parla in Italia, o non abbastanza,non certo in proporzione all'eclatanza dell'evento, e dell'investimento fatto su di esso.
A meno che non si consideri «parlarne» dare notizie (scarse) sulle operazioni della Guardia di Finanza che sequestra carte al Toroc, oppure sui numeri circa il buco nero di bilancio, o ancora sulle polemiche «gianduiotte» a proposito delle modalità antidoping che meriterebbero un preoccupato discorso a sé, o infine sulle informative del Ministero degli Interni sulle misure di sicurezza antiterrorismo.
Più qualcosa sugli scioperi antiTav sospesi per le gare (modello grecoantico), e la fiaccola sequestrata lungo il cammino nostrano, da Olimpia a Torino. E poi naturalmente un po’ di stampa sportiva sulle star internazionali, da Bode Miller a scalare, e su quella tricolore miracolosamente tempista che è Giorgio Rocca, nell'asse ereditario di Thoeni e Tomba.

Ma è poco, molto poco per un'occasione che doveva o dovrebbe trasformare in un fiat olimpico il passato sabaudo e il presente grigio del dopo-Agnelli in un'altra cosa non più autodipendente: una città diversa, con prospettive avveniristiche diverse, caratteristiche globali diverse, perfino umori diversi. E ovviamente,miliardi di euro alla mano, strutture cittadine diverse, adeguate.
Nulla, silenzio, o quasi. In Italia i sondaggi dicono che non ne sa quasi niente quasi nessuno. Perché? È «semplicemente» un problema mediatico, di comunicazione carente? Possibile? Un errore simile in un paese che ha o dovrebbe avere nel suo presidente del Consiglio un «monstrum» di comunicazione? Dunque è lui che non vuole, e che se avesse voluto avrebbe potuto trasmutare gli ultimi mesi di indifferenza in un trionfo pubblicitario? Allora non sarebbe soltanto un problema mediatico, di incapacità a far conoscere le seconde Olimpiadi in bianco della storia italiana dopo Cortina d'Ampezzo '56, bensì politico. E politico a partire dal governo centrale. Ecco spiegati i deprecati tagli del ministro Tremonti, per 61 milioni di euro, e la voragine scaricata sui conti del Comune di Torino, cioè esattamente l'amministrazione locale che politicamente più dovrebbe guadagnare da un evento simile. Per farne godere la cittadinanza, si intende. O almeno si spera.

Il governo contro Sergio Chiamparino, sindaco Ds di Torino, dunque. Contro il presidente della Regione Piemonte, Mercedes Bresso, che però solo da dieci mesi scarsi ha rilevato il predecessore Ghigo, di Forza Italia, che aveva subito provato a coinvolgere in una sorta di «unità regionale organizzativa». Contro Valentino Castellani, presidente del Toroc ed ex sindaco di Torino di centro-sinistra, quando nel '99 furono assegnati i Giochi sabaudi. Tutta opposizione. Sul piano degli schieramenti la faccenda così sarebbe chiara: pur di danneggiare politicamente e quindi subito elettoralmente l'opposizione in loco, il governo centrale se ne frega dell'immagine e dei vantaggi del Paese tutto collegati all'organizzazione di qualchecosa di mondiale chiamata Olimpiadi. Ecco, così sarebbe grave e autolesionista e antipatriottico in dosi industriali, ma avrebbe una sua spiegazione.

Ma se fosse solo così, da mesi ne avremmo sentito parlare. L'opposizione l'avrebbe posta come questione, prima in termini di risonanza planetaria nell'interesse dell'ospitalità italiana, poi in chiave di denuncia politica interna se messa in difficoltà per i motivi su abborracciati. A Roma, in Parlamento. A Torino, e in Piemonte,in questi anni, da quando Gianni Agnelli molto si spese per la cosiddetta e ripetutissima «occasione irripetibile» che i Giochi costituiscono. O costituivano. Come quella serie infinita di manifestazioni sportive che l'Italia ha ospitato in ogni disciplina sportiva a colpi di Mondiali, ed Europei, e Giochi del Mediterraneo ecc, specie nell'ultimo trentennio. Senza peraltro che decollassero la cultura e la pratica sportiva italiote.

E invece silenzio. Non ne parla e non ne fa parlare il Governo, a scalare fino al suo emissario alpino Mario Pescante, sottosegretario deputato che si schiarisce la voce solo contro la magistratura che indaga, non ne parla e non ne ha parlato fin qui l'opposizione con tutte le sue figure di spicco su elencate, anche se lo slalom gigante non è la vela. Perché?
Certo, negli ultimi giorni in extremis immagino ci sarà una minirincorsa mediatica, perché paradossalmente ormai perfino il silenzio sui Giochi fa rumore. Ma resta l'interrogativo di fondo: perché tutti zitti sulle dentate scintillanti vette? Perché è stata una scelta sbagliata, o sproporzionata? Di immagine più che di sostanza? Oppure uno svolgimento sbagliato di una scelta giusta? O sotto, dietro, di fianco c'è qualche ingombrante segreto politico od economico, o le due cose insieme, che ha indotto a tenere basso,molto basso, più basso del livello del mare lo spessore mediatico di un'Olimpiade, mentre il pianeta ne parla «come se» i Giochi si svolgessero da qualunque altra parte?

E sullo sfondo,oltre le cime di tale (almeno al momento) irrisolta questione,in futuro prenderà mai forma la domanda prima, la domanda delle domande, che regge l'intiera vicenda? E cioè: chi ci guadagna davvero oggi - oltre coloro che lo fanno di professione... - ad organizzare un grande evento sportivo ormai e di gran lunga quasi esclusivamente televisivo, dal momento che dopo è (quasi) tutto un piangere sui soldi pubblici versati,cfr. per non andare troppo lontano l'ultima Atene 2004?
www.olivierobeha.itdella raccomandata che abbiamo inviato per contestare ogni forma di finanziamento pubblco diretto o indiretto a favore di "Torino 2006".

Una brevissima replica a Beha, che per il resto ha centrato in pieno l'incapacità organizzativa e promozionale dei "giochi". Non esiste alcuna vera contrapposizione tra destra e sinistra su Torino 2006. Tutti i partiti hanno sempre concordemente e identicamente votato a favore sin dalla candidatura. La Regione, secondo investitore sulle olimpiadi, è stata governata per 8 anni consecutivi dal centro destra. E se il Governo davvero avesse voluto punire il centrosinistra per ragioni politiche, non avrebbe fatto decollare i finanziamenti governativi per Torino 2006 da 0,5 a 3,5 miliardi di Euro nel periodo 2001-2006, cioè quando solo il centrodestra è stato al potere. Infine, quello che falsamente i politici olimpici denunciano come il mancato apporto governativo ("61 milioni di euro" secondo Beha), è meno di un terzo di quello che il solo Comune di Torino dice di avere speso in promozione olimpica negli ultimi 3 anni (97 milioni di € nel 2003, 87 nel 2004, 84 per il 2005 - fonte fascicolo bilancio comunale 2005). Una promozione che, come riconosce lo stesso Beha, è stata fallimentare. Inoltre non va dimenticato che se il Governo si è "rifiutato" di pagare quei 61 milioni di euro, molti altri e certamente di più (quanti non si sa ancora, all'incirca 100 almeno, comunque) del debito Toroc li ha già messi e fatti mettere da Italia Evolution e dal CIPE, con complicate e "virtuose" gestioni di patrimoni pubblici, e da un "gratta e vinci" appena approvato dal Parlamento che invece sa tanto di "gratta e scappa" prima che arrivi la buoncostume...

Dunque non ha senso - e non si può fare - lamentarsi per una bega politica: che infatti non esiste e non è stata sollevata affatto a livello nazionale. Melius re perpensa Beha può aver voluto dire tutto questo con un ragionare molto fine. 

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